pleasekillme
“Please kill me” è un programma radio in onda la domenica su Radio Città Fujiko , condotto da De Lauris e Yu Guerra
Film Festival Diritti Umani Lugano
Categories: RIASCOLTACI

Abbiamo visto per voi molti film di questo interessantissimo festival.  Considerevoli sono stati gli approfondimenti successivi ai film che hanno spesso sviscerato quegli aspetti che nei film non si possono affrontare.

Potete ascolare la puntata divisa in due parti cliccando sul play qui sopra, oppure su questo link: https://www.mixcloud.com/laure-de-lauris/film-festival-diritti-umani-lugano/

 

Recensioni by Marcella

ON VA TOUT PETER, di Lech Kowalski

 

Questo documentario “militante” – così è definito dal regista – segue la lotta degli operai della GMS, fabbrica di componenti auto per la Renault e la Peugeot, per mantenere il posto di lavoro e, in sostanza, il diritto di vivere. In assenza di compratori la fabbrica verrebbe chiusa, perché per aumentare i profitti le due industrie comprano i pezzi altrove. 277 operai resteranno dunque senza lavoro. Trattative con un acquirente sono in corso, ma comunque 157 operai sarebbero in esubero e a rischio licenziamento. Gli operai dunque si mobilitano. I loro rappresentanti parlano con esponenti del governo, con i media e con la gente comune, cercano solidarietà e soluzioni concrete che esitano ad emergere. Senza seguire alcuno schema definito, organizzano sit-in di fronte alle due industrie, con la polizia che interviene e li fa sgomberare. Bloccano l’autostrada, e anche in questo caso interviene la polizia. Non c’è violenza, in fondo anche i poliziotti, seppure in assetto da sommossa, li capiscono. In una scena appare Macron, impeccabile nel suo completo blu, che con arroganza malcelata dice “io non sono Babbo Natale.” Non interessa, a lui, se gli operai quasi tutti cinquantenni o ultracinquantenni di questa fabbrica situata a La Souterraine (Creuse), non lontano da Limoges, rimarranno senza lavoro e con poche speranze di incontrare nuove opportunità. Lui è tra i grandi della terra e ha ben altro per la testa. Questi uomini semplici invece sanno quello che vogliono – in primo luogo conservare il lavoro; se proprio devono essere licenziati, un’indennità di buonuscita adeguata – e sono ben determinati ad ottenerlo. Il film si conclude con il passaggio della fabbrica al nuovo acquirente e il licenziamento di gran parte dei lavoratori, con la promessa che la lotta non si arresterà. Il dibattito successivo al film, a cui erano presenti lo stesso regista e il giornalista/economista Alan Friedman (moderatore Peter Schiesser), ha offerto spunti interessanti per una riflessione sugli effetti della ricerca del profitto a tutti costi in un mondo globalizzato, in cui beni e servizi si possono acquisire ovunque purché la forza lavoro e le materie prime costino poco. Effetti innanzitutto sulle persone, la cui vita può ovviamente subire cambiamenti radicali a causa della perdita del lavoro. Effetti poi sul territorio, in quanto la chiusura di una fabbrica può condurre alla riduzione di servizi anche essenziali per la comunità. E, infine, effetti sulla politica, come dimostra il pericoloso affermarsi, negli ultimi tempi, di partiti e correnti – e di governi – populisti marcatamente di destra. Il regista rileva che il movimento degli operai della GMS, compatto, solidale e votato a un obiettivo comune, comprende sia comunisti dichiarati che sostenitori di Marine Le Pen. Lo stesso vale per il movimento dei gilets jaunes, nato sempre in Francia, il cui comune obiettivo è di permettere alle persone di arrivare alla fine del mese.

GRACE A DIEU, di Francois Ozon

E’ un bel film ambientato a Lyon e dintorni. Affronta il tema degli abusi e delle violenze sessuali su minori da parte di esponenti della chiesa, e della riluttanza di questa ad affrontare la situazione e punire i colpevoli, malgrado conosca i fatti. Alexandre, quarantenne, devoto cattolico, sposato e padre di cinque figli, lavora in banca. Scopre che padre Preynat, prete pedofilo che aveva abusato di lui nei campi scout quando era piccolo, e che a suo tempo era stato trasferito, è tornato nella diocesi di Lyon ed è nuovamente a contatto con bambini. Assalito da ricordi dolorosi, decide di agire affinché il prete, ormai anziano, sia destituito e non rappresenti più un pericolo per le nuove generazioni. Tramite la psicologa della diocesi (Régine Maire), chiede un incontro con l’arcivescovo di Lyon, monsignor Barbarin. Lei gli fa incontrare padre Preynat, che ammette la sua colpa, confessa che Alexandre non è l’unico ad aver subito abusi e afferma che la sua è una malattia. Forte la scena in cui Régine Maire, paradossalmente, chiede alla vittima e al carnefice di alzarsi in piedi, darsi la mano e pregare insieme. Qui il disagio di Alexandre è palese.
Alexandre decide di continuare la sua ricerca di giustizia, inviando varie e-mail all’arcivescovo e alla psicologa, ma il monsignore tergiversa, dice che ha impegni e, infine, semplicemente, afferma che padre Preynat avrebbe dovuto chiedere scusa ad Alexandre. Alexandre, determinato nel suo intento di costringere la chiesa di destituire il prete, cerca altre vittime che possano testimoniare ma non ne trova. A questo punto decide di agire da solo e di denunciare il fatto alla polizia. Dato che il reato contro Alexandre è prescritto (gli abusi risalgono agli anni ’80), la polizia si mette alla ricerca delle vittime, ed emergono alcune denunce di genitori i cui figli erano stati molestati dal prete. Salta fuori François, ateo convinto che non solo accetta di testimoniare, ma propone di rendere il caso mediatico. Un bel personaggio, deciso e determinato. Grazie ai suoi sforzi si trovano ulteriori vittime che decidono di unirsi e portare avanti un’azione collettiva nei confronti di padre Preynat e della chiesa, che tutto sapeva fin dall’inizio ma non agiva. Tra queste il medico Gilles ed Emmanuel, che ha riportato danni fisici in seguito agli abusi subiti. Le vittime formano l’associazione “La Parole Libérée,” dotata di proprio sito web su cui postano le loro esperienze e di una linea telefonica. Ben presto altre vittime aderiscono all’iniziativa, e tutti insieme chiedono che il prete e le autorità ecclesiastiche che lo hanno coperto negli anni vengano giudicate. Padre Preynat  viene incriminato. Al commissariato viene messo a confronto con le singole vittime, ed è solo allora che chiede scusa (a Emmanuel).
Intanto, nel corso di una conferenza stampa monsignor Barbarin si lascia scappare la frase “grazie a Dio i fatti sono prescritti,” da qui il titolo del film, che si conclude con una riflessione sull’atteggiamento delle vittime nei confronti della religione. Infatti, mentre François annuncia che intende far domanda di apostasia (sbattezzarsi), Alexandre, al figlio che gli chiede se crede ancora in Dio non risponde e abbassa gli occhi.
Basato su fatti veri, il film fa riflettere sugli effetti degli abusi a danno di minori e sulla loro evoluzione nel tempo, sull’importanza della solidarietà familiare, e soprattutto sulla necessità di non tacere. La chiesa in quanto istituzione incarna un potere che agli occhi di un bambino, ma anche degli adulti credenti, non può essere messo in discussione. Invece i protagonisti si esprimono, liberano la parola, riuscendo cosi a superare il  proprio dolore e a sconfiggere l’omertà sui misfatti della chiesa. Monsignor Barbarin e’ stato condannato a 6 mesi di prigione per omissione di denuncia di abusi sessuali su minori.

37 SECONDS di Hikari

(favola bellissima, molto giapponese e commovente)
Yuma ha 23 anni ma sembra una bambina. E’ costretta in carrozzella a causa di una paralisi cerebrale dovuta a 37 secondi di apnea dopo il parto. Vive tra casa e lavoro, protetta da una madre single (il padre è scomparso) che le fa praticamente tutto e sfruttata da una cugina che fa l’influencer e produce manga disegnati da lei (Yuma), a cui ruba i crediti. Di fatto Yuma è la sua assistente ma vive nell’ombra. La cugina si appropria dei suoi manga e ci mette il nome. Yuma si vuole emancipare, e propone le sue creazioni a vari editori, che la scartano per vari motivi, compresa la somiglianza delle sue creazioni a quelle della cugina (che in realta sono sue). Dopo una ricerca su internet trova una casa editrice di manga porno, ne disegna uno e fissa un colloquio con l’editore (una donna) che le dice che, si, i disegni e la storia sono belli ma che non riflettono la realtà. Insomma, consiglia Yuma di tornare dopo che ha “mangiato la ciliegina” e acquisito esperienza pratica. Allora Yuma va in chat, e incontra di una serie di potenziali partner, tutti improbabili. Fallito questo tentativo si reca in una specie di quartiere a luci rosse di Tokyo dove spera di trovare qualcuno con cui fare sesso. Uno dei vari “promotori” (ce ne sono tanti all’ingresso dei locali a luci rosse in Asia che attirano la clientela) le trova un puttano, e la manda in una camera d’hotel. Lei va, Arriva il puttano (ignaro dell’invalidita della cliente), che si presta, ma con molta riluttanza. Lei fa pipi a letto e lui se ne va (non senza essere pagato). Lei esce sul corridoio, ma arrivata all’ascensore non funziona. Allo stesso tempo arriva nello stesso corridoio un uomo, anche lui in carrozzella, con una escort. Stesso problema. La escort chiama l’autista/accompagnatore (Toshi) per prendere l’uomo e si rende conto di Yuma e del suo problema. Allora aiuta anche lei e l’accompagna vicino a casa, lasciandole il suo numero di telefono. Intanto la madre di Yuma è preoccupata perché la figlia è tornata tardi, ma Yuma ne ha abbastanza del tran tran quotidiano e il giorno dopo telefona alla escort (Maia), si danno appuntamento ed escono insieme. Finalmente scopre un nuovo mondo, Maia le compra vestiti, trucchi e un dildo. Escono, frequentano locali, si divertono, bevono, Yuma arriva a casa ubriaca. La madre s’incazza, Yuma le esprime quello che sente, la sua volontà  di emanciparsi e di fare cose come chiunque altro. Mammina le toglie il telefono e mette un lucchetto alla porta. Però durante una seduta di fisioterapia Yuma fugge dal centro, telefona a Maia, le spiega il suo problema e Maia la va a prendere con Toshi, che le propone di ospitarla a casa sua, lasciandole le chiavi e piena autonomia. Yuma gli mostra una cartolina indirizzata a lei in cui appare un papà che gioca con una bambina – il padre mai conosciuto. Toshi accompagna Yuma all’indirizzo del mittente. Incontrano un uomo che dice loro di essere il fratello del padre, che il padre è morto (5 anni prima) senza smettere di desiderare di incontrarla.  Dice poi che lei ha una sorella gemella (Yuka) che fa l’insegnante in Thailandia. Yuma e Toshi partono per la Thailandia e lei finalmente incontra la gemella, parlano di ciò che è successo, dei genitori e del desiderio di incontrarsi di nuovo. La sorella le confessa di aver avuto paura dell’invalidità della sorella. Yuma e Toshi poi tornano in Giappone e Yuma si riconcilia con la madre. Torna poi dall’editrice del manga porno e la ringrazia per averla stimolata a vivere questa esperienza. Al che l’editrice le chiede se ha (e ottiene) una storia, e decide di promuovere Yuma come nuova artista.
E’ una favola a lieto fine, molto commovente e da vedere. Belli i personaggi di Yuma (of course) che non si lagna di niente e non accusa nessuno, di Maia, che capisce tutto (secondo me è una trans, che ovviamente capisce la diversità), e Toshi, che si offre di aiutare Yuma e (questo non è detto) se ne innamora.

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